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CHIESA
L’ANNUNZIATA VECCHIA sec. XVI
Storia, Arte e Tradizione che rischiano
di scomparire
a cura del Prof. Rosario Termotto
I Parte

La Chiesa del Piano del Cimitero
ha visto alternarsi, assieme
all’adiacente Convento ormai
perduto, ben tre ordini religiosi. I
primi ad insediarsi in tale complesso
sono stati i Padri Domenicani,
che, attorno alla metà del ‘400, dopo
aver abbandonato il loro “luogo” nella
vallata del torrente appena dopo
Mongerrati, in territorio di Isnello, si
stabiliscono a Collesano nelle adiacenze
di una chiesetta dedicata
all’Annunziata, in località Gioppo, nei
pressi dell’odierno cimitero. Le
condizioni poco salubri della zona,
dovute allo stagnare delle acque nel
punto di confluenza dei torrenti Mora
e Zubbio, dove comincia il Fiume
di Lino, costringono, poco dopo, i
Domenicani ad abbandonare il sito. In
lingua spagnola il termine jope
(catalano jop), così vicino all’odierno
nostro toponimo “Giuoppu”, indica un
insetto che sta nell’umido. Sono dunque
le condizioni malariche della zona che
costringono i frati ad un primo
abbandono del loro insediamento. Durante
il vescovado del domenicano spagnolo
Rinaldo Montoro, i padri domenicani
ritornano nel loro sito, su concessione
della curia vescovile di Cefalù del 20
aprile 1501.
Circa mezzo secolo dopo, i Padri
lasceranno definitivamente il loro
convento di contrada Gioppo per
trasferirsi nel nuovo dell’Annunziata
Nuova (odierno municipio), auspice
la contessa Susanna Gonzaga Cardona.
I Domenicani continuano a mantenere pure
il dominio ed il possesso del loro
primitivo convento, detto ora dell’Annunziata
Vecchia, fino al 1571, quando, dal
27 aprile di quell’anno, si assiste ad
una serie di eventi che la tradizione
locale riconosce come miracoli di
Maria Santissima (poi patrona di
Collesano). Non è più possibile lasciare
ancora incustodita e senza culto la
chiesa dove si manifestano i fatti
prodigiosi. I Domenicani, non potendo
sostenere due chiese e due conventi,
rinunciano a quelli dell’Annunziata
Vecchia e li cedono al Comune di
Collesano (nel linguaggio dell’epoca
Università di Collesano), dietro congruo
pagamento in moneta. Il documento di
rinunzia e cessione, regolarmente
ratificato dalle superiori autorità
dell’Ordine, viene stipulato il 26
maggio 1571 presso il notaio collesanese
Giacomo Lanza.

Il Comune, quindi, intorno al 1585,
affida chiesa e convento, ora sotto il
titolo di Maria Santissima dei
Miracoli, ai frati Carmelitani,
che rimangono a Collesano per meno di un
decennio. L’abbandono dei Carmelitani ha
un carattere traumatico. Essi fuggono
dal convento di Collesano in quello di
S. Maria dell’Itria di Palermo,
lasciando al suo posto soltanto il
quadro della Madonna dei Miracoli e
portando con loro tutto quello che
possono. L’episodio sembra collegato al
fatto che, nella chiesa, aveva trovato
sepoltura “senza aversi confessato
Giacomo Bellomo bandito e discorsore di
campagna”. Il vicario vescovile
aveva scritto all’arciprete di Collesano
dr. Andrea Tedesco, perché, sulla
vicenda, assumesse le informazioni del
caso, e nel contempo sospendeva i riti
sacri nella chiesa fino a determinazione
della causa, “dubitandosi essere
incorsi - i frati - a censura e
irregolarità”. Non si conoscono i
particolari della vicenda, ma l’esito
finale è quello sopra richiamato. Nostre
ricerche hanno portato solo al
ritrovamento di un atto notarile con
l’inventario di tutti i beni mobili
della chiesa durante la permanenza
carmelitana.
Pochi anni dopo, con atto presso il
notaio Giovanni Nicolò Collisano del 12
luglio 1594, gli amministratori del
Comune di Collesano (i giurati notaio
Sebastiano Tortoreti, Cesare Santino,
Giuseppe Acito e Jacobo Cannata), con il
consenso dei Moncada, conti di
Collesano, concedono ai frati
Cappuccini la chiesa di S. Maria dei
Miracoli, di patronato del Comune, al
fine di edificare il loro nuovo
convento. I Cappuccini, infatti, erano
stati costretti ad abbandonare
frettolosamente il loro primitivo
convento di contrada S. Elia (Sant’Ulìa,
nei pressi dell’attuale Scuola Media),
dove si erano insediati nel 1568, causa
i forti movimenti franosi della zona che
stavano portando alla totale rovina del
loro edificio.
Il nuovo convento dei Cappuccini sarà
pronto solo nel 1603 e trova il pieno
sostegno dei Moncada, che concedono ai
frati lo spandente dell’acqua della
fontana della piazza antistante ed il
beneficio settimanale di oltre sette
chili di carne della migliore qualità.
Nel 1650, nel convento vivono quattro
sacerdoti, un chierico e cinque laici,
situazione simile a quella di un secolo
dopo. I Cappuccini rimarranno nel
convento dell’Annunziata per oltre due
secoli e mezzo, fino a quando, con legge
del 7 luglio 1866, vengono
soppresse le corporazioni religiose. Per
effetto di questa legge, i beni mobili
ed immobili dei conventi soppressi
passano allo Stato.

Per quanto riguarda Collesano, siamo
riusciti a trovare i verbali di cessione
e consegna che il Fondo per il Culto,
tramite il ricevitore demaniale di
Cefalù, ai sensi dell’articolo 20 della
legge sopra citata, in data 29 maggio
1869, fa al Comune di Collesano, nella
persona del sindaco del tempo Michele
Sarrica, delle chiese e dei conventi di
S. Domenico e di S. Maria di Gesù. I
verbali contengono dettagliatamente
l’elenco di tutti i beni mobili ed
immobili ceduti. A nostro parere, non è
dubitabile che anche chiesa e convento
dell’Annunziata siano rientrati nella
fattispecie di cui sopra, anche se è
possibile che gli stessi fabbricati
siano stati di proprietà del Comune
ab origine. D’altra parte lo storico
collesanese Giuseppe Tamburello,
che scrive nel 1893, riferendosi ai
nostri fabbricati, così riporta: “…il
quale ex Convento e la chiesa oggi
appartenenti al Comune, per la mancata
manutenzione, cominciano a crollare”.
E’ proprio con progetto del 1878 del
prof. ing. Giovanni Salemi Pace che, in
quello che era stato il bosco dei
Cappuccini, viene edificato il nuovo
cimitero comunale, vera opera d’arte,
prima che sconsiderati interventi
edilizi della seconda metà del Novecento
ce lo consegnassero nello stato attuale.
LA CHIESA DELL’ANNUNZIATA VECCHIA
Storia, Arte e Tradizione che rischiano
di scomparire
Tela: “La
Madonna degli Angeli e Santi”.
II Parte
a cura del Prof. Rosario Termotto
Dopo aver brevemente delineato, nel
numero scorso, il succedersi di ben tre
ordini religiosi (Domenicani,
Carmelitani e Cappuccini) nel
convento e nella chiesa del piano del
Cimitero, passiamo ad esaminare, per
grandi linee, le opere d’arte in
essa già custodite.
La Chiesa dei Cappuccini, oggi
completamente spoglia, disponeva,
infatti, di un ricco patrimonio d’arte
che, dopo la sua chiusura al culto, è
stato trasferito in altre chiese. La più
importante testimonianza è certamente
costituita dalla tela con la
Madonna degli Angeli e Santi,
oggi in Chiesa Madre. La critica
artistica ha attribuito tale tela,
alternativamente, a Gaspare Bazzano
(o Vazzano) oppure a Giuseppe Salerno,
pittori entrambi noti con lo pseudonimo
di “Zoppo di Gangi”.

Il recente ritrovamento del contratto
per l’esecuzione dell’opera, risalente
alla fine del 1615, dovuto a G.
Mendola, la assegna definitivamente al
primo, che ricevette, per la sua
fattura, ben 40 onze, una delle
cifre più elevate pagate al Bazzano, in
quegli anni maestro indiscutibilmente
riconosciuto ed il più costoso tra i
pittori operanti a Palermo. Alla
copertura della spesa per la nostra tela
contribuì con 12 onze il benestante
collesanese Michele Bertino e per
il resto, certamente, altri ignoti
benefattori, dal momento che i
Francescani, legati al voto di povertà,
non disponevano delle somme necessarie.
L’opera venne definita e consegnata alla
Chiesa dei Cappuccini nel 1618, compreso
il Dio Padre, ancora esistente,
che, nella collocazione originaria,
costituiva la cimasa di quella complessa
macchina lignea intagliata, purtroppo
oggi smembrata (e depositata in un
magazzino comunale) cui erano destinate
le grandi pale d’altare delle chiese
francescane. Un ruolo importante nella
commissione dell’opera dovettero avere
don Paolo Brocato e Giulio
Cesare Imperatore. Il primo era
procuratore del convento dei Cappuccini
ed in seguito, da arciprete, sarà
ispiratore del grandioso ciclo di
affreschi con le Storie di Pietro e
Paolo eseguito, nel 1623-24, dallo
stesso Gaspare Bazzano nel presbiterio
della Chiesa Madre di Collesano. Giulio
Cesare Imperatore era stato invece, a
lungo, affittuario della Contea di
Collesano e imprenditore coinvolto nella
coltivazione della canna da zucchero
nell’arbitrio di Galbonogara.
Nel 1926, su disposizione
dell’ispettore Brunelli, la tela fu
trasferita dalla chiesa dei Cappuccini (Madonna
dei Miracoli), nelle adiacenze
dell’attuale cimitero, alla Chiesa
Madre.

L’opera ha una notevole vicinanza di
stile, nella resa cromatica e
nell’impianto spaziale, con altre
Madonna degli Angeli dello stesso
autore, come quelle di Nicosia, di
Calatafimi, di Petralia Soprana e di
Sant’Angelo di Brolo, a prevalente
destinazione francescana. La cromìa che
predilige i toni scuri, l’atmosfera
densa e cupa e il ritorno alle
dimensioni naturali delle figure
indicano l’ancoraggio dell’autore agli
stilemi della cultura pittorica del
primo Seicento (T. Pugliatti).
Il tema della Madonna degli Angeli viene
particolarmente diffuso, cosi come il
suo culto, tra il 500 e il 600, ad opera
dei Cappuccini, che si muovono su
precise direttive della Casa Madre di
Roma. Il clima culturale è quello della
Controriforma che, sul piano
artistico, non lascia spazio per l’invenzione
dell’artista, tenuto a seguire, anche
mediante l’utilizzo di incisioni e
stampe, una specifica iconografia e
rigide norme codificate a livello
centrale e diffuse, tramite gli Ordini
Religiosi, sin nei più sperduti centri
periferici.
L’obiettivo dottrinale è quello di
riaffermare, in contrasto con le
posizioni protestanti, la necessità e la
validità della mediazione dei Santi nel
rapporto tra l’uomo e Dio.
Nell’opera di Collesano, che mantiene il
consueto schema piramidale, sono
gerarchicamente raffigurate, nel piano
celeste, la Madonna con Bambino
incoronata dagli angeli ed un coro
angelico, mentre nel piano terreno sono
rappresentati alcuni Santi, oggetto di
particolare devozione, ben riconoscibili
dagli attributi iconografici
tradizionali.
Da sinistra, si notano S. Caterina
d’Alessandria mentre, con la spada,
trafigge il tiranno Massenzio ai suoi
piedi (la vittoria della Fede
sull’eresia, tema di grande attualità),
S. Francesco che occupa una
posizione privilegiata
nell’intermediazione con il Divino,
“come volesse ricevere Christo dalle
mani della Beata Vergine”, S. Andrea
nella tradizionale resa iconografica con
pesci, libro e croce ed infine la
Maddalena, “molto bene ornata”, come
richiede il contratto notarile. Si
tratta di uno schema che, nella forma
più semplice, era stato introdotto in
Sicilia da Gaetano Scipione Pulzone
(Milazzo, Mistretta), ma che poi si era
arricchito di altre inserzioni, come gli
angeli musicanti, ad opera di pittori
locali quali Antonio Catalano e il
Vecchio (Castelbuono, Messina) o Filippo
Paladini (Caltagirone).
Costruendo un’atmosfera di mistica
elevazione, la tela evidenzia i canoni
dell’”arte senza tempo”: figure
devote, compunte, incantate, sospese e
rapite verso un mondo di perfezione e di
purezza spirituale, reso dalle immagini
e dalla musica angelica. Si tratta di
una pittura fortemente connotata in
senso didascalico, tendente al
coinvolgimento emotivo del fedele che
viene raggiunto da un messaggio chiaro,
semplice, anche se di pregnante
significato dottrinale. “Le devote e
modeste Immagini – scriveva il
gesuita Placido Saperi - …compongono
li animali destandoli ad ogni fonte di
virtù e santa imitazione”, mentre
“l’uso …delle disoneste e lascive
dipinture …facendo entrare per gli occhi
de’ riguardanti il veleno della
concupiscenza carnale negli animi”
inevitabilmente porta a un “guadagno
che fa il Demonio per quella strada”.
Dal punto di vista stilistico sono
notevoli la caratteristica resa pastosa,
la prospettiva rampante, la ricchezza
cromatica, lo sfondamento paesaggistico
e l’abile decorativismo (tappeto, vesti
delle santa), sigla costante della
pittura dello Zoppo di Gangi e del tardo
manierismo siciliano che non vengono
minimamente scalfiti dalla rivoluzione
linguistica, improntata ad un drammatico
realismo-luminismo, introdotta dal
passaggio del Caravaggio in
Sicilia. Siamo di fronte a due
sensibilità e a due culture totalmente
differenti.
L’opera è stata restaurata dalla
competente soprintendenza non molti anni
addietro.
Prossimamente, illustreremo brevemente
le altre opere provenienti dai
Cappuccini, a cominciare dalla
interessante Trasfigurazione,
oggi esposta nella Sala del Consiglio
del palazzo municipale.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
Gallo Rosario, Il Collesano in oblio…
manoscritto del 1736;
Chiarello Maria Rosaria, Lo Zoppo di
Gangi, Palermo 1975;
Viscoso Teresa, Introduzione allo
Zoppo di Gangi in Chiarello Maria
Rosaria, Lo Zoppo cit. Palermo
1975;
Termotto Rosario, Collesano. La
Basilica di S. Pietro, Castelbuono
1992;
Mendola Giovanni, Scheda n°21 in
Vulgo dicto Lu Zoppo di Gangi,
Palermo 1997;
Pugliatti Teresa, Da Scipione Pulzone
ai due “Zoppo di Gangi”:
l’iconografia della “Madonna degli
Angeli” ed un ipotizzabile rapporto tra
Antonio Catalano e Filippo Paladini in
Vulgo dicto, cit. Palermo 1997.
LA CHIESA DELL’ANNUNZIATA VECCHIA (III
Parte)
Storia, Arte e Tradizione che rischiano
di scomparire
Tela :”La Trasfigurazione”
a cura del Prof. Rosario Termotto
Dopo aver delineato i momenti essenziali
della storia del convento e della chiesa
dei Cappuccini ed aver illustrato la più
importante opera già in essa custodita (Madonna
degli Angeli dello Zoppo di Gangi),
completiamo il nostro intervento sulla
chiesa dell’Annunziata Vecchia (Madonna
dei Miracoli) richiamando brevemente le
altre opere che adornavano la chiesa e
oggi trasferite altrove o andate
perdute.
Cominciamo dal gruppo marmoreo con
L’Annunciazione (Angelo Gabriele e
Madonna)oggi collocato in una cappella
laterale della chiesa dell’Annunziata
Nuova (S. Domenico). Dietro a questo
trasferimento c’è una lunga storia di
contrasti tra i domenicani e la famiglia
Schimmenti. Quando, nel 1561, i
domenicani si trasferiscono dal convento
dell’Annunziata nel loro nuovo convento
(odierno Municipio) portano con loro il
gruppo dell’Annunciazione,
prelevandolo dalla cappella di patronato
della famiglia Schimmenti, certamente
committenti e finanziatori dell’opera.
La vertenza si chiude solo con la
mediazione del Visitatore Generale dei
domenicani con la quale agli Schimmenti
vengono riservati alcuni posti di
sepoltura nella nuova chiesa dei
domenicani dell’Annunziata Nuova (S.
Domenico) dove il gruppo marmoreo
rimarrà per il futuro.
L’opera, di buona fattura, soprattutto
nel movimentato angelo Gabriele dalle
pieghe leggere della sontuosa veste, che
mantiene ancora la cromia originaria,
sia pure parzialmente, è dunque
anteriore al 1561. Essa echeggia moduli
della bottega gaginiana
nell’atteggiamento ampio e misurato,
quasi bloccato, della Madonna che
evidenzia una veste decorata a motivi
estofados di derivazione spagnola.
Nei due plinti di base, sono scolpiti, a
bassorilievo, vari santi domenicani.

Nella stessa chiesa di S. Domenico, è
stata, nel corso del Novecento,
trasferita la grande tela con S.
Antonio, santo il cui culto è
ampiamente sostenuto dagli ambienti
francescani per essere stato il santo di
origine portoghese uno dei primi
discepoli di S. Francesco. L’opera, di
autore ignoto, è da datare ai primi del
Settecento, quando nella chiesa dei
Cappuccini viene innalzata una cappella
dedicata al santo.
Da ricordare che la tela dell’Annunciazione
(Madonna dei Miracoli), che il 26 maggio
di ogni anno viene portata solennemente
in processione, fino agli anni intorno
al 1845 era collocata nella chiesa dei
Cappuccini in una cappella di patronato
del Comune di Collesano. Il
trasferimento della tela in chiesa madre
è legato ad oscuri e tumultuosi episodi
che coinvolsero la popolazione di
Collesano. Sui fatti di quegli anni, che
ebbero lunghi antecedenti e successivi
strascichi, abbiamo individuato un
voluminoso carteggio, tutto ancora da
studiare, che si conserva presso
l’Archivio Storico Diocesano di Cefalù.
La tela, di autore ignoto della metà del
Quattrocento, è restaurata e modificata
nel 1643 dal pittore collesanese
Giovanni Giacomo Lo Varchi che vi
aggiunse il Padre Eterno della
parte superiore.
Quando nel 1594 i Cappuccini si
trasferiscono dal primitivo convento di
contrada S. Elia (Scuola Media) a quello
del piano del cimitero portano con loro
il quadrone che era collocato
nell’altare maggiore della chiesa di S.
Elia raffigurante la Madonna delle
Grazie con S. Sebastiano e S. Rocco,
protettori contro la peste ed allora
compatroni di Collesano. L’opera
potrebbe essere quella, di uguale
soggetto, che oltre un decennio addietro
è stata trasferita, stante l’imminente
pericolo di crollo della chiesa dei
cappuccini, nel convento di S. Maria di
Gesù dove tuttora è custodita in locali
idonei. Una datazione compresa tra il
1568, anno della fondazione del convento
cappuccino di S. Elia, ed il 1594, anno
del trasferimento dei cappuccini
all’Annunziata Vecchia (Madonna dei
Miracoli), si addice a quest’opera che
necessita di restauro.
Sono invece transitate presso il Palazzo
Municipale di Collesano altre opere
fatte restaurare dal Comune alla fine
degli anni ’80-inizio anni ’90 del
Novecento (amministrazioni
Sapienza-Colombo, restauratrice Ines
Arletti Mazzola) e così salvate da
totale e sicura perdita. Si tratta di
una cornice lignea, di un paliotto e di
due tele.
Di particolare interesse si presenta il
paliotto in cuoio, tipologia che dalla
Spagna si diffonde anche in Sicilia.
Impreziosito da una Madonna con
Bambino nella parte centrale e
ricche decorazioni fitomorfe
incorniciate da motivi geometrici,
rivela, nella presenza floreale, carica
di valori simbolici, una datazione
compresa tra la fine del ‘600 e i primi
decenni del ‘700. L’elegante esemplare è
collocato nella Sala del Consiglio.
Nella stessa sala troneggia una notevole
ed inedita tela con la
Trasfigurazione che manca totalmente
di bibliografia, non essendo mai stata
citata neanche dalla storiografia
locale. Dopo l’opera di Raffaello, oggi
in Vaticano, il tema della
Trasfigurazione trova moltissime
repliche e variazioni per tutto il
Cinquecento e parte del Seicento,
mediante incisioni e stampe, anche in
area meridionale, ma non conosciamo
attraverso quali canali di committenza
la nostra tela abbia arricchito la
chiesa collesanese. L’opera, splendida
nelle figure di Cristo, di Mosé e di
Elia, è da datare ai primi del Seicento,
comunque dopo il 1603 quando i
cappuccini definiscono il loro nuovo
convento.
Altra tela, di dimensioni ridotte, con
motivi cappuccini che non siamo riusciti
a chiarire, è oggi collocata nella sala
del sindaco nello stesso palazzo.
Infine, ancora dal convento
dell’Annunziata Vecchia provengono parte
dei preziosi volumi antichi confluiti
nella Biblioteca del Clero della chiesa
madre, certamente prima della
soppressione delle corporazioni
religiose del 1866.
Per tutti i motivi che ci siamo sforzati
di illustrare nei tre articoli sulla
chiesa e per essere la stessa un segno
forte dell’identità comunitaria, legata
come è al culto della patrona Maria SS.
dei Miracoli, nell’affermarsi del quale
larghissima parte ebbero i frati
cappuccini, la chiesa dell’Annunziata
Vecchia merita di essere salvata e
restituita alla città, magari, a mio
parere, con una destinazione diversa da
quella che ha avuto per quasi cinque
secoli e utilizzata come cappella
cimiteriale.
Appello: NON FACCIAMOLA CADERE . . .
LA CHIESA DELL’ANNUNZIATA (al cimitero)
Cosa
fare perché non diventi un altro
posteggio…
Facciamo
il punto della situazione
a
cura di
Angelo Asciutto
li ultimi lavori – circa dieci anni fa,
tra il 1995 e il 1996 - furono
eseguiti dalla ditta Baldassarre
Lucia di Palermo. L’intervento ha
riguardato principalmente il tetto,
al fine, più che altro, di evitare
ulteriori infiltrazioni di acqua
piovana. Sembra che l’interruzione dei
lavori sia stata dovuta semplicemente
all’esaurimento dei fondi (circa 150
milioni di lire), stanziati dalla
Soprintendenza ai Beni Culturali e
Ambientali.
Da allora nulla o quasi.
Registriamo, infatti, una segnalazione
del marzo 2002, a firma dell’allora
Sindaco Rosario Rotondi, indirizzata
all’Assessorato Regionale competente e
alla predetta Soprintendenza, nella
quale il Comune chiede che quegli uffici
si attivino per il completamento dei
lavori, “con una impalcatura in travi
di legno nella parete ovest a confine
con il muro perimetrale del Cimitero”.

Dopo circa un anno – forse a seguito di
un ulteriore sollecito del febbraio 2003
- nel mese di aprile 2003, la
Soprintendenza, con una nota a firma
della dott.sa Adele Mormino, informa il
Comune di aver fatto redigere un verbale
di constatazione e, “alla luce del
nuovo stato di fatto del monumento”
(evidenziando la necessità di un
intervento di somma urgenza a
salvaguardia del bene), riformulava la
stima della spesa necessaria in 100.000
euro ma invitava il Comune di Collesano
ad intervenire con fondi propri. Segue
altra corrispondenza in un batti e
ribatti senza esito pratico, fino ad
arrivare ai giorni nostri con una
ulteriore richiesta di aiuto per salvare
la Chiesa, inviata dal sindaco Rosario
Testaiuti nel luglio scorso, a seguito
di accorata sollecitazione inviata dal
Parroco Don Pino Vacca, che segnalava la
situazione, per conoscenza, anche alla
Consulta diocesana per i beni culturali
ecclesiastici.
Questa, in sintesi, la storia, che si
inserisce, purtroppo, in un periodo
povero di finanziamenti in genere da
parte degli Enti pubblici, chiamati a
“stringere la cinghia”. E’ quasi
inevitabile che a farne le spese siano
quegli interventi che, a torto, si
ritengono meno importanti.
Allora che fare? Che cosa
possiamo fare noi tutti? Forse la
soluzione più appropriata è quella di
assumere l’iniziativa, dare l’esempio
così come abbiamo fatto per il restauro
dell’Organo. Iniziamo una raccolta
come punto di partenza e
contemporaneamente invitiamo il
Comune, la Soprintendenza e
la Curia (con l’8%°), ma anche la
Provincia e il Parco, a
dare un sostegno adeguato, ciascuno
secondo le proprie possibilità.
Uniti ce la possiamo fare!

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