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CHIESA
<< San GIACOMO Apostolo -- sec. XVI >>
di Rosario Termotto
La chiesa

Nel corso dei secoli la chiesa di S.
Giacomo è stata luogo di culto caro non
solo alla sensibilità religiosa, ma
anche alla coscienza civica dei
collesanesi, legata come è sempre stata
ad avvenimenti e ricorrenze
significative nella vita civile:
riunioni dei consulenti del Consiglio
Civico per la fissazione delle mete dei
prodotti locali, sorteggio annuale della
cosiddetta orfana “Lo Squiglio”,
riunione della omonima confraternita. Il
suo non lontano restauro, su progetto
dell’arch. Prof. Roberto Calandra,
non solo ha salvato uno degli edifici
religiosi più importanti di Collesano,
ma ha consentito anche la tutela, la
corretta conservazione e la fruizione
del suo ricco patrimonio
storico-artistico.
La Festa di S. Giacomo

Il culto di S. Giacomo, a Collesano,
risale molto probabilmente agli inizi
del ‘400, quando la Contea passa,
in maniera traumatica, dai
Ventimiglia al valenzano
Gilberto Centelles. Notizie su
una chiesetta periferica dedicata al
santo risalgono alla metà del
Quattrocento, quando i francescani
conventuali, insediatisi nel centro
madonita nel 1451, erigono la
loro chiesa, dedicata a S. Francesco,
nel sito ove già ne esisteva un’altra
dedicata a S. Giacomo.Quando la Contea
di Collesano viene assegnata dal re ai
Cardona, altra potente
famiglia di origine spagnola, il culto
di S. Giacomo prende nuovo vigore.
Con Pietro Cardona, conte
dal 1471 al 1522, viene infatti
edificata l’attuale chiesa di S.
Giacomo, in un punto nodale dell’assetto
urbanistico locale, proprio in quella
piazza che sino alla metà dell’Ottocento
sarà la Piazza Grande di Collesano.
Le prime notizie su una importante festa
religiosa in onore del Santo risalgono
al 1530 quando Artale Cardona,
marchese di Padula e conte di Collesano,
“per sua devottioni chi teni al
glorioso Santo Jacobo et per la
decorattioni della festa del suo santo
jorno”, concede la fiera franca per
15 giorni, disponendo altresì che nel
giorno festivo (25 Luglio) “si
curra lo palio“ di
cavalli, giumente, muli e asini. A lungo
ai vincitori del palio verrà assegnata
in premio una spada, mentre ai migliori
classificati verranno dati premi in
tessuto come il velluto, il raso, il
terzanello ed il “cataluffo”.

La festa in onore del santo si consolida
decisamente, come confermano anche i
libri dei conti della confraternita di
S.Giacomo che reggeva la chiesa. Questi
ultimi, ottimamente restaurati e
conservati nell’Archivio Storico
Parrocchiale di Collesano in serie
integra a partire dal 1591, consentono
di seguire la vita della confraternita
ed il suo radicamento nel sociale.
Risulta, così, dalla documentazione che
la festa di S. Giacomo è stata,
per secoli, una delle più importanti del
paese.
Oltre alla fiera e al palio, che
si tenevano nella Piazza Grande, si
svolgevano anche “luminarie”,
intrattenimenti musicali e solenni
funzioni religiose. Quanto a musica non
intervenivano soltanto i “sunaturi” di
trombe, pifferi e buttafuoco,
paragonabili ai moderni componenti delle
bande musicali, ma anche veri e propri “musici”
che si esibivano con violini
intervenendo in impegnative esecuzioni.

Quando Benedetto Passafiume
scrive il suo De origine Ecclesiae
Cephaleditanae, pubblicato a Venezia
nel 1645, S. Giacomo è il patrono
principale di Collesano: solo attorno a
quegli anni il patronato passerà a Maria
SS. dei Miracoli.
Oltre che importante centro di culto e
devozione, la chiesa di S. Giacomo era
anche sede di primari avvenimenti civili
che toccavano tutta la comunità. In essa
infatti si riunivano i quaranta
consulenti del Comune (10
gentiluomini, 10 mastri, 10 borgesi e 10
popolani), nominati dagli amministratori
locali, che fissavano annualmente le
mete dei principali prodotti agricoli
locali che erano allora frumento,
orzo, mosto e seta. Il Comune
pagava alla chiesa una tenue somma per
suonare le campane al cui suono si
convocavano i consulenti.
Fino a tutto il Seicento, la
Confraternita aveva un bilancio molto
solido e disponeva di case, di cui una
a Scillato, di varie botteghe, di un
fondaco e di terreni con ulivi e vigne.
La stessa, inoltre, amministrava diversi
legati, risalenti ai primi decenni del
‘500, destinati alla maramma della
chiesa, ma anche a “maritaggio” di
orfane, a monacato ed a sovvenzioni per
i poveri.
Grande rilievo, tra i legati, assumeva
quello voluto dal collesanese
Giovanni Giorlando Lo Squiglio,
primo barone di Carpinello, che, con
testamento del 15 giugno 1633 agli atti
del notaio Francesco Volo di
Caltanissetta, disponeva
l’assegnazione di 30 onze annuali in
favore della chiesa e confraternita.
Dieci onze derivavano da un legato del
padre Giacomo, dieci da un altro voluto
dalla prima moglie Filippa Musciotto e
dieci dallo stesso Giovanni. Tutto era
destinato a “maritaggio di orfane da
imbussolarsi ….et uscire a sorte nella
festa di S. Giacomo”.
Nostre ricerche inedite documentano che
almeno ancora fino alla fine del
Settecento gli eredi dei Lo Squiglio, i
Gagliardo di Polizzi baroni di
Carpinello, pagavano delle somme per la
cosiddetta orfana annuale dei baroni Lo
Squiglio, sorteggiata a Collesano nel
giorno di S. Giacomo.
La crisi della confraternita, che si
inserisce nella crisi settecentesca di
Collesano, si accompagna al declino
della fiera e della festa di S. Giacomo
fino alla estinzione di entrambe alle
quali subentreranno la festa e fiera di
S. Vincenzo Ferreri.
La chiesa di S. Giacomo, recentemente
restaurata e salvata da sicura rovina
per tenace interessamento di mons.
Angelo Onorato, allora parroco
di Collesano, conserva ancora oggi un
interessantissimo patrimonio artistico
sul quale converrà ritornare a scrivere.
Sculture lignee

Anche se poco indagata ed ancora in gran
parte da scoprire, la scultura lignea
nei paesi delle Madonie presenta fino ad
oggi pezzi di raffinata esecuzione,
testimonianza ad un tempo di viva
devozione dei committenti e della
presenza di interessanti botteghe
d’arte, anche se il nome di molti
maestri è ancora avvolto nell’anonimato.
Anche Collesano offre una ricca
campionatura dell’arte dell’intaglio e
della scultura lignea, a cominciare
dalla chiesa di S. Giacomo.
Il restauro architettonico
della chiesa, tra le altre cose, ha
consentito il recupero di alcune
capriate e la ricollocazione in sito di
ben sedici mensole lignee intagliate e
dipinte della fabbrica originaria di
fine Quattrocento. Si tratta dei famosi
“gattuni”, soluzione frequente,
non solo decorativa, nelle chiese
medievali dell’area nebrode-madonita,
per il sostegno d el
soffitto ligneo.
In S. Giacomo otto mensole sono dipinte
a motivi floreali ed otto, più piccole,
presentano nelle volute un intaglio a
forma di rosetta. Quanto a scultura
lignea sono ben quattro le statue che
tuttora permangono nella stessa chiesa.
La più antica è certamente la statua di
S. Nicola che, per la postura della
figura, la fissità dello sguardo e
l’atteggiamento bloccato, è databile
agli inizi del Cinquecento.
Essa proviene dalla chiesa
di S. Nicola, oggi totalmente scomparsa,
una delle prime del paese, posta come
era nelle immediate prossimità del
castello normanno.
Un’antica
tradizione, ripresa dal cronista
settecentesco Rosario Gallo, riporta che
i molti baresi venuti al seguito dei
normanni vollero eleggere a primo santo
patrono della cittadina, appena
strappata ai musulmani, proprio S.
Nicola. E’ invece documentata dai libri
dei conti della chiesa di S. Nicola,
conservati nell’Archivio Storico
Parrocchiale a far data dal 1590 e fino
al 1739, una sentita festa religiosa nel
corso della quale veniva portata in
processione nella sua vara la statua del
santo. Intorno al 1740 il culto di S.
Nicola si affievolisce con l’estinzione
dell’omonima confraternita che ne
reggeva la chiesa. Perduta la vara, è
rimasta la statua della quale nulla
sappiamo se non che nel 1603 lo scultore
collesanese Salvo La Costa (autore del
S. Giuseppe oggi in chiesa madre)
percepisce appena un tarì per averne
incollato la crozza.
Databile invece alla metà del
Cinquecento è il bel Crocifisso in
mistura (stoffa, gesso e colla)
accostabile a quello oggi in chiesa
madre a Termini Imerese, a quello
collesanese della spettacolare macchina
lignea sospesa nella navata della chiesa
madre (il Crocifisso della Provvidenza),
nonché all’altro posto nell’urna della “Morte
e Passione” portato in processione
la sera del Venerdì Santo. L’esemplare
di S. Giacomo potrebbe essere quello
citato come “Crucifixo grandi”
negli atti della visita pastorale del
luglio 1561.
Scrivono acutamente Giuseppe e Vincenzo
Scuderi che “nella verticalità e
nella tornitura dell’immagine, nella
scarsa cromìa e nel pathos soprattutto
del volto reclino e degli occhi
semisocchiusi, si assommano le
peculiarità linguistiche di questa
tipologia, che è tipica della cultura
tardogotica; ormai senza la drammaticità
medievale …ma non ancora distesa nella
compostezza psichica e spaziale del
Rinascimento… “.
Altro interessante esemplare è la statua
lignea di S. Giacomo, una prima memoria
intorno alla quale si riscontra già nel
1593 quando vengono pagati nove tarì a
Filippo La Coltrara “per havere
arrecuperato di impigno alla figura di
santo Jacopello appalermo quale avevano
arrobbato li pitturi” di uno
sconosciuto affresco oggi scomparso.
Successivamente saranno Gaspare Mangio e
Francesco Lanzano che indoreranno lo “scannello
di sancto Jacopo” prima del 1619
quando la statua sarà totalmente
rifatta.
Su
commissione del potente Giovanni Lo
Squiglio, esponente di una famiglia
pervenuta alla baronia di Carpinello e a
quella di Galati, lo scultore cefalutano
Giovanni Paolo Lo Duca, oriundus alme
Rome, nell’agosto del 1619 si
obbliga a rifare la figura del santo con
mantello, fodera e veste dorate. Lo
scultore si obbliga anche a rifare gli
angeli “con li capilli deorati… e
delli angeli ni habbia di lassare uno
per sapere conforme si ha da fare detto
servitio “. Nello “scannello“ lo
stesso dovrà dipingere otto storie ad
olio a scelta del committente, che non
siano “macchie”, che si
conservano fino ad oggi.
Una clausola del contratto prevede che
preliminarmente, a modo di prova,
Giovanni Paolo Lo Duca dovrà eseguire un
mascherone: se lo stesso non sarà di
gradimento del committente, il contratto
potrà essere dichiarato “nullo e
casso” con restituzione
dell’anticipo erogato. Giovanni Paolo
supera l’esame del mascherone e l’opera
verrà regolarmente liquidata entro il
dicembre del 1619.
Il costo di oltre ventidue onze dà la
misura dell’impegno del Lo Duca che
realizza una delle più interessanti
statue lignee che si conservino a
Collesano. Certamente ridipinta nei
decenni e nei secoli successivi, oggi la
statua, unica opera finora nota dello
scultore cefalutano, attende un doveroso
restauro.
La serie delle statue
lignee della chiesa di S. Giacomo è
chiusa da un drammatico S. Francesco
che riceve le stimmate di ignoto
autore locale. Dinamismo, intensità
dell’espressione, atteggiamento
leggermente serpentinato fanno datare
alla metà del Seicento la statua che
proviene dalla chiesa conventuale di S.
Francesco, crollata all’inizio del
Novecento (attuale via Bagherino). La
chiesa passò in rettoria al clero della
chiesa madre dopo l’abolizione dei
piccoli conventi a seguito della Riforma
del 1649, che in Sicilia ebbe esecuzione
dieci anni dopo, ed il suo patrimonio
artistico ricollocato in altre chiese.
Per questa via il S. Francesco è
pervenuto alla chiesa di S. Giacomo,
testimone ancor oggi della fede dei
nostri antenati.
Le campane

All’interno della Chiesa hanno trovato
adeguata sistemazione le due campane
prima allocate nel campanile a guglia
maiolica decorata con mattoni di vario
colore, opera dei maiolicari
collesanesi Simone e Antonio Gurrera del
1576, crollata all’inizio del ‘900.¹
La campana più antica riporta, sbalzata,
una delicata Madonna con Bambino,
la data del 1506 e i nomi degli
artefici, i fratelli Pietro e Gaspare
Campana. Si tratta dei famosi
fonditori di Tortorici che negli ultimi
decenni del ‘400 avevano fuso diverse
campane per le chiese di Palermo, città
di cui probabilmente avevano poi preso
la cittadinanza. Gli stessi, nel 1487,
assieme al fratello Antonio, avevano
pure fuso la campana grande della
Cattedrale di Palermo.² La data posta
nella campana di Collesano ci fa pensare
che nel 1506 la chiesa di S. Giacomo era
perfettamente definita. Nello stesso
anno i fratelli Gaspare e Pietro fondono
una campana con una bella Deposizione
e una Madonna con Bambino per
una chiesa di Termini Imerese, come
ancora si può evincere dall’incisione
che vi abbiamo rilevato, esaminandola in
una cappella della navata destra di
quella Chiesa Madre, dove era esposta.
La confraternita di S. Giacomo di
Collesano si rivolge dunque, per la
realizzazione della campana della
propria chiesa ad alcuni dei maestri più
affermati in ambito siciliano, segno di
chiara vitalità. La seconda campana di
S. Giacomo, di autore ignoto, riporta la
data del 1736 ed è probabilmente dovuta
alla fonderia castelbuonese dei
Carabillò, allora molto attivi
in ambito madonita.
Gli affreschi

Sulla parete esterna del lato nord della
chiesa, dove oggi è collocato il bel
portale gotico - catalano tardo
quattrocentesco, sono ancora ben
leggibili consistenti frammenti di
affreschi decorativi dovuti al pittore
di origine napoletana Orazio
Fortunato che li eseguì all’inizio
del ‘600. Approdato a Cefalù, dove nel
1603 si obbliga a dipingere la cappella
di patronato di Mario Pace nella
cappella della Trinità e a dorare la “Immagine
marmorea in bianco de la Madonna con XPO
(Cristo) nella braccia… di stelli et
rosi… et deorarici li capilli”,
collocata nella stessa, poco dopo mastro
Orazio si stabilisce a Collesano.³ Qui
sposa Elisabetta Russo, figlia del
valente intagliatore ligneo Andrea,
lasciando ampia traccia, purtroppo quasi
soltanto documentaria, della sua
presenza. A Collesano, Orazio Fortunato
porta l’uso della decorazione esterna,
introdotta sin dal ‘500 in Sicilia, col
contributo economico determinante di
“elemosine” popolari.4

In buona parte integro è invece il ciclo
di affreschi con l’Apostolato
e la Triade dell’abside
maggiore della chiesa, rimasto per
secoli celato sotto la calce e da noi
documentato al pittore gangitano
Giuseppe Salerno.5 Dai
dettagliatissimi libri dei conti della
chiesa di S. Giacomo, che a decorrere
dal 1591 ottimamente si custodiscono
nell’Archivio Storico Parrocchiale di
Collesano, risulta infatti che con la
contabilità dell’anno 1614/15 vengono
liquidate al pittore gangitano otto onze
per la pittura eseguita nell’altare
maggiore.6 Il ciclo,
restaurato dal prof. Franco Fazzio,
oltre alle note qualità coloristiche del
Salerno, evidenzia buone capacità
disegnative e di impaginazione spaziale,
costituendo un testo fondamentale per lo
studio dell’attività di frescante di
Giseppe Salerno finora poco nota, ma che
va assumendo sempre più spessore dalla
ricerca documentaria. 7
Purtroppo perduti risultano invece gli
affreschi negli archi con “Storie di
S. Giacomo” eseguite nel 1663 dal
pittore locale Giuseppe Perdichizzi,
del quale permangono le decorazioni
florelai bicrome, in bianco e turchino,
eseguite l’anno precedente nei
sott’archi. 8
Oltre alle opere citate, rimangono
ancora nella chiesa di San Giacomo una
serie di statue lignee del ‘500 e del
‘600.
BIBLIOGRAFIA
GIUSEPPE E VINCENZO SCUDERI, Restauri
e scoperte a Collesano in
Kalós arte in Sicilia 11, n° 2 ,
marzo-aprile 1999.
TERMOTTO ROSARIO, Pittori,
intagliatori lignei e decoratori a
Collesano (1570-1696) Nuove Acquisizioni
documentarie in
Bollettino Società Calatina Di Storia
Patria e Cultura, 7-9, 1998-2000.
TERMOTTO ROSARIO, La Chiesa di S.
Giacomo a Collesano in
Collesano per gli emigrati, a cura
di R. Termotto e A. Asciutto,
Castelbuono 1991.
TERMOTTO ROSARIO, La festa e la
Fiera di S. Giacomo a Collesano nei
secoli XVI e XVII in
Collesano per gli emigrati cit.
GALLO ROSARIO, Il Collesano in
oblìo…. (manoscritto del 1736 in
Archivio Storico Parrocchiale di
Collesano).

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